Il giovane ingegnere calabrese porta avanti insieme al fratello la visione di Santa Venere, pioniera del biologico a Cirò: «Il valore non sta solo in ciò che c’è nel bicchiere, ma anche in ciò che c’è dietro ogni bottiglia»
di Camilla Rocca
Federico Scala, titolare insieme al fratello Giuseppe, porta avanti il progetto della cantina di Santa Venere, winerypioniera del vino biologico a Cirò in Calabria e specializzata nella valorizzazione dei vitigni autoctoni calabresi.
Classe 1991, Francesco è nato a Catanzaro, ha studiato Ingegneria Informatica a Cosenza e ha conseguito prima la laurea magistrale e poi l’abilitazione presso l’Ordine degli Ingegneri. Per poi cambiare la sua vita e tornare alla sua passione per il vino, queste terre sono di proprietà della famiglia Scala fin dal 1600. Attualmente vive fra Cirò e Cosenza. Oltre a gestire Santa Venere assieme al fratello, Francesco è anche Assegnista di Ricerca e Docente presso l’Università della Calabria al dipartimento DIMES a Cosenza.
Che cos’è la next generation nel mondo del vino secondo te?
Con next generation identificherei i giovani che portano avanti il loro amore per il la terra ed il vino, ma non solo. La next generation nel mondo del vino non è solo una questione anagrafica: è prima di tutto un cambio di mentalità, un nuovo approccio che fonde tradizione e innovazione, radici e visione futura. Rappresenta una generazione di produttori, enologi, comunicatori e wine lover che, pur rispettando la storia e il terroir, vogliono reinterpretare il vino in modo più contemporaneo, inclusivo e sostenibile. Questa nuova generazione si distingue per una forte attenzione all’ambiente e alla responsabilità sociale. La sostenibilità, infatti, non è più un valore accessorio ma un pilastro centrale: agricoltura biologica o rigenerativa, riduzione dell’uso di chimica in vigna, packaging ecocompatibile e gestione etica della filiera sono diventati elementi fondamentali. La next gen non si accontenta di produrre un vino buono: vuole che quel vino sia anche giusto.
Perché è un tema così forte in questo momento?
Come in ogni periodo storico, a un certo punto arriva quel momento di rinnovamento: potrei azzardare il riferimento alla rivoluzione industriale… In termini di importanza, non di sostanza, è quello che credo stiamo vivendo nel mondo vitivinicolo. La next generation è un movimento vitale, dinamico, fatto di persone curiose, consapevoli e appassionate, che stanno traghettando il vino verso un futuro più sostenibile, più digitale e più umano. Un futuro in cui il valore del vino non sarà dato solo da ciò che c’è nel bicchiere, ma anche da ciò che c’è dietro a ogni bottiglia: una visione, una scelta, una responsabilità.
Sostenibilità nel vino, importa davvero alla Next generation?
Sebbene questa possa essere una risposta soggettiva, la sensibilità in merito a questo tema comincia a farsi sentire specialmente dalla nostra generazione, i cambiamenti climatici che stiamo vivendo negli ultimi decenni non più sono trascurabili, per noi e per le generazioni future. Dal canto nostro posso dire che Santa Venere è stata la prima azienda biologica nella nostra zona, questo dice tutto! Dal punto di vista della sostenibilità produttiva, molti giovani vignaioli stanno riscoprendo vitigni autoctoni dimenticati, piccole parcelle di territorio, pratiche artigianali che sembravano perdute, affiancandole però a un uso consapevole della tecnologia. C’è un forte desiderio di autenticità, ma anche di sperimentazione, con fermentazioni spontanee, vinificazioni in anfora, orange wines e metodi alternativi.
Quanto è importante avere oggi in azienda un volto che racconti il brand?
A livello di comunicazione, il linguaggio credo che sia cambiato radicalmente negli ultimi tempi. Il vino non viene più raccontato solo attraverso tecnicismi o riferimenti classici, ma attraverso storie autentiche, visive, emozionali, spesso veicolate sui social media, dove l’estetica, il tono diretto e il rapporto con la community diventano centrali. La nextgeneration comunica il vino in modo meno elitario, più accessibile e coinvolgente, aprendosi a pubblici nuovi e trasversali.
Possiamo dire che tu sei il volto della Next generation della tua cantina?
Santa Venere è una famiglia, a comunicarla siamo tutti noi, non solo io.
C’è stato qualche scontro generazionale da quando sei entrato in azienda?
Il gap generazionale c’è, ma dipende sempre da come si affrontano le cose, se come un problema o come un’opportunità. La next generation nel vino è una generazione aperta, internazionale, connessa: viaggia, studia all’estero, si confronta con culture enologiche diverse e porta a casa nuovi stimoli. È capace di parlare al mercato globale senza perdere il legame con il proprio territorio.
Cosa vorresti dire agli altri vignaioli? Un consiglio su come migliorare che noti spesso nei colleghi?
Quello che vorrei dire ai colleghi della generazione precedente alla nostra è di guardare ai giovani come un’opportunità, non come una minaccia. Abbiamo tanto da imparare da voi, ma anche qualcosa da portare. Quando si uniscono tradizione e nuova visione, accade qualcosa di potente. Il vino italiano ha bisogno proprio di questo: continuità, ma con un respiro nuovo. E anche prodotti di qualità sempre migliore, un po’ di sana competizione non fa mai male!
Importatori, distributori, commercianti ti hanno considerato meno in quanto giovane? E all’estero?
Direi di no, una volta degustati i nostri vini l’età non ha tanto peso, inoltre sebbene io sia giovane, alle mie spalle c’è l’esperienza di mio fratello Giuseppe ed ancora prima quella di mio padre. Credo che nel mondo del vino l’esperienza conti molto, ma non dovrebbe essere l’unico metro di giudizio perché quello che portiamo noi della next generation non è solo una visione nuova, ma anche una consapevolezza diversa, una sensibilità nuova verso il territorio, la sostenibilità, la comunicazione. In tanti mercati – penso agli Stati Uniti, al Nord Europa, ma anche al Giappone – la figura del giovane vignaiolo è vista quasi con entusiasmo. C’è più curiosità, più apertura mentale. Spesso sono proprio gli operatori stranieri a cercare vini di giovani produttori, con storie nuove da raccontare e approcci più contemporanei.
Qual è il vino di Santa Venere che meglio rappresenta la nextgeneration?
I nostri vini sono tutti molto dinamici a partire dal packaging fino ad arrivare all’ultima goccia di vino versata nei calici, ma se dovessi sceglierne uno in particolare forse sceglierei il Calamacca, perfetto interprete della nuova frontiera del vino calabrese: bio, territoriale, aromatico e pieno di energia giovane. Un must have per chi cerca un vino che racconti con stile, freschezza e autenticità. Zibibbo in purezza, nasce sui declivi soleggiati della collina omonima nel Crotonese, dove il vento ionico sussurra storie antiche fra ruderi e vigne rigogliose. Mix fra eleganza e immediatezza, Calamaccaincanta con profumi intensi di fiori d’arancio, miele d’acacia e agrumi maturi, seguiti da un sorso asciutto, deciso, sapido e con acidità vibrante. L’etichetta minimal-chic e la particolare forma della bottiglia, infine, sono perfette per lo styling social
Camilla Rocca
Una passione per il mondo del vino che parte dalle origini, si è allargata all’enoturismo e ai racconti delle persone, di quei volti, quelle mani, delle storie che sono dietro alla vigna