I paesaggi manzoniani dell’Alta Brianza rivivono su terrazzamenti panoramici e identità ritrovate di vini come il Verdese e il “Burgugnin”
di Raffaela Cuccu
Esistono luoghi pressoché sconosciuti all’interno del panorama vitivinicolo italiano la cui vocazione non è esclusivamente quella agricola. Alcuni di questi, più di altri, risultano essere particolarmente adatti alla coltivazione della vite e si inseriscono, indisturbati dai rumori del traffico e lontani dagli stabilimenti industriali e dai cantieri, in contesti tuttora ameni. Uno tra questi è l’area dei Vini Terre Lariane IGT, comprensivo di 195 paesi tra le provincie di Como e Lecco. Si tratta di una superficie alquanto eterogenea che lambisce la sponda settentrionale del Ceresio e si estende verso la fascia alpina, contraddistinta dalle antichissime rocce di origine morenica, e arriva ad occupare un’area più collinare che abbraccia la Brianza comasca passando per il Parco Regionale di Montevecchia e della Val Curone fino l’olgiatese.
La denominazione venne riconosciuta nel 2008, e valorizzata negli anni seguenti grazie alla determinata presa di coscienza da parte delle ultime generazioni di addetti ai lavori. Il loro impegno sta portando le attuali ventiquattro cantine aderenti a un successo che solo qualche decennio fa sarebbe stato pressoché impensabile.
Nonostante interi decenni di abbandono sappiamo con certezza che qui la storia delle viti risulta essere antica. I tralci, ben tesi e carichi di foglie rosseggianti, fanno da scenografia all’interno di uno degli episodi più noti del celebre scritto di Alessandro Manzoni, quando si narra del passato di Fra Cristoforo. Pochi sono gli elementi descrittivi che delineano i tratti paesaggistici delle sponde di “quel ramo del lago di Como”, ma tra questi non manca la vite.
Proseguendo in chiave letteraria e compiendo un salto di circa un secolo e mezzo dall’anno della prima pubblicazione di una delle opere più rappresentative del romanticismo italiano, i Promessi Sposi, arriviamo all’autunno del 1968, quando Mario Soldati durante il suo lungo e documentato viaggio raggiunge una tra le più belle posizioni di tutta la Brianza, a soli 30 km di distanza in linea d’aria dal Duomo di Milano. Parliamo di Montevecchia, paesino pittoresco dove all’epoca chi produceva vino era il tabaccaio Pasqualino Sala, il “sciur” Giuseppe Vittadini e il Conte Titta Gilberti.
Oggi il panorama enologico è assai mutato, ma i vitigni coltivati all’interno di questo “fossile vitivinicolo”, contraddistinto da un’ampia presenza di marnea calcarea e particolarmente ricco di sali minerali, rimangono gli stessi. Tra le cantine più rappresentative della zona vi è oggi La Costa che produce assemblaggi e vini in purezza utilizzando un lungo elenco di vitigni internazionali, tra cui il Pinot Nero, storicamente definito “Burgugnin”. A detta di Giordano Crippa, fondatore dell’azienda agricola, gran parte degli antichi terrazzamenti da lui acquistati erano inizialmente sovrastati da rovi, liane e arbusti tanto da assomigliare ad una giungla fitta e difficilmente penetrabile. Attualmente i filari sono ben curati e l’intera area è stata bonificata. L’apertura della vallata verso est favorisce tutt’ora l’ingresso in inverno di correnti di aria fredda siberiana e garantisce l’escursione termica, vanto di ogni produttore. Le vigne sono disposte ad anfiteatro e lungo alcuni di questi filari esiste un tesoro riportato alla luce: il Verdese. L’intera superficie coltivata a livello nazionale è pari nel suo complesso a tre ettari. La sua rarità non è determinata esclusivamente dall’esiguo numero di bottiglie prodotte, ma anche dalla sua particolarità e dal potenziale espressivo. Il colore del grappolo, a piena maturazione, vira dal verde verso ai toni più caldi e dorati, esaltando la sua parte aromatica mentre la tonalità che si ottiene dalle macerazioni più lunghe è ambrata. L’intensità al naso conquista e l’evoluzione dei sentori è davvero sorprendente.
Oltre a questo vitigno autoctono, e al già citato Burgugnin, all’interno della denominazione vengono piantumati da molti anni Chardonnay, Pinot Bianco, Sauvignon Blanc, Merlot, ma anche Riesling Renano e Marzemino. Alcuni ristoratori locali, come il Crotto del Sergente, riservano nella loro carta vini uno spazio interamente dedicato a Terre Lariane IGT. A fianco del Consorzio Vini è nata una rete di produttori che sotto il nome di Identità Lariane si impegna nel portare avanti un progetto di coltivazione e allevamento sostenibile.
Siamo di fronte a una realtà riemersa gradualmente dal passato che ora più che mai ha chiaro dove arrivare e come riuscire a farlo. Per questo vi proponiamo a chiusura dell’articolo alcuni abbinamenti enogastronomici locali.
Le Calderine di Cantine Angelinetta (sauvignon, verdese, riesling renano) in accompagnamento ai bocconcini di lucioperca con crema di cavolfiori e uova di trota del ristorante Crotto del Sergente
San Giobbe di La Costa (pinot nero) in accostamento alla faraona confit, crema di zucca e cime di rapa ripassate del ristorante Galbusera Nera
Raffaela Cuccu
Laurea in Scienze dei Beni Culturali, Master in Comunicazione per il Settore enologico e il Territorio, Sommelier. Lavora nel cuore della Valpolicella presso l’ufficio marketing di una cantina vitivinicola.