Non è tutto oro quello che luccica, talvolta è Grüner Veltliner…

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La storia di Luca Gasparotti e dei suoi bianchi eroici della Valtellina: il coraggio di provare a riscrivere la storia di una terra

di Sara Calimari

È agosto, un torrido pomeriggio a Tirano, di quelli che tolgono davvero il fiato. L’appuntamento con Luca, il proprietario della cantina Contadi Gasparotti, è al suo Agribar, dove lo trovo già ad aspettarmi in tenuta da lavoro, entusiasta di raccontarmi della sua terra. Entriamo un attimo nel locale – dove ad accoglierci, dietro il bancone, vi è sua madre, una dinamica signora sorridente e padrona indiscussa di casa – per scendere alla scoperta della cantina sottostante, dalla quale si accede tramite una piccola scala nascosta per arrivare a degli ambienti completamente nuovi e tenuti magistralmente, seguiti da una stanza adibita alla degustazione e che Luca ha già preparato per l’occasione. Ma come prima cosa – per rompere il ghiaccio – mi propone un tour veloce nelle sue vigne, che accetto di buon grado salendo sul suo camioncino, pronta all’avventura per le tortuose stradine lungo i ripidi pendii valtellinesi, esperienza che, già di per sé, vale il viaggio.

Luca alla guida è un fiume in piena, traboccante di energia: mi racconta della Valtellina, di come si fa il vino in questa terra difficile, dove tra produttori, bene o male, ci si conosce un po’ tutti, anche perché, spesso, si hanno le vigne vicine, il tutto mentre sfreccia per delle strade minuscole ed impervie a doppio senso dove ci si scambia un po’ alla meglio e, nelle quali, pare guidare anche ormai un po’ ad occhio, indubbiamente aiutato dall’esperienza quotidiana. Nel frattempo, io lo ascolto e non tolgo gli occhi dalla strada, attaccata alla maniglia della portiera, mentre tutto all’interno del camioncino vibra e sul cruscotto rimbalza ad ogni buca un fiero cappello alla tirolese. Un breve ma decisamente intenso viaggio all’Indiana Jones, che porto ancora nel cuore trai ricordi più belli di quest’estate valtellinese, perché il tragitto immersa trai vigneti e, soprattutto, il paesaggio unico di queste colline viste dall’alto è il più bel regalo che Luca potesse farmi.

Appena arrivati comprendo subito la dedizione e la cura maniacale con cui l’azienda si approccia in vigna: viticoltura convenzionale, seppur cercando di fare i trattamenti minimi necessari, filari precisi e ordinati, con addirittura impresso sui pali di cemento laterali il logo aziendale. Una dedizione all’ordine così ricercata da influenzare inevitabilmente anche il panorama circostante, dove le piante, ancora verdeggianti ad inizio agosto, si sviluppano in file simmetriche lungo linee precise seguendo l’andamento scosceso della valle. Tanto che, guardando i filari dall’alto, il pensiero mi rimanda quasi al terroir di Cornas. Parlando di Valtellina istintivamente l’associo al concetto di “viticoltura eroica”, pensiero che, ad un primo approccio, non avevo mai collegato a questa realtà, finché Luca non mi ha anticipato che la mia degustazione sarebbe stata esclusivamente incentrata su vini bianchi.

Comprendo, allora, che la sua peculiarità è stata proprio quella di osare andando oltre la tradizionale Chiavennasca, nome del clone locale di Nebbiolo, protagonista indiscusso della denominazione, arrivando a coltivare, nel versante retico, più fresco e prossimo alla Svizzera, dove il terreno ha una matrice calcarea quasi inesistente nel resto della Valtellina, vitigni a bacca bianca tipici del Trentino-Alto Adige. Contadi Gasparotti è una cantina relativamente giovane, nata nel 2008, che in effetti ha sempre confidato nel potenziale del terroir valtellinese anche per i vini bianchi, finora considerati marginali nella produzione locale. Una direzione produttiva motivata in primis dalla passione di Luca, sviluppata nel corso dei suoi studi di enologia, condotti proprio presso l’Istituto agrario di San Michele all’Adige.

Luca è un amante dell’oro e di tutto ciò che luccica. Ecco allora che, durante una delle mie degustazioni valtellinesi, mi guida alla scoperta di vini precisi e di carattere da Sauvignon Blanc, Müller Thurgau e Grüner Veltliner, tutti vinificati in purezza come da tradizione trentina.

Una linea recente, ma che già dimostra una sorprendente personalità, di cui è complice indiscusso anche il potenziale dei terreni franco-sabbiosi con prevalenza di scheletro e dal ph tendenzialmente acido della zona. Per tutte le varietà è prevista una vendemmia manuale in cassette da 20 kg, seguita da una notte di stoccaggio in cella frigo a 6°C, per mantenere l’integrità degli acini e conservare i precursori d’aroma. La grande rivelazione è indubbiamente il suo Grüner Veltliner (clone A1 importato da Gasparotti direttamente dall’Austria e selezionato proprio per la sua resistenza alle malattie e la resa qualitativa), vitigno austriaco per eccellenza, che pare abbia avuto origine dall’incrocio tra l’italiano Traminer e il St. Georgen, una varietà ancestrale del Burgenland, ma che alla lettera si traduce come “Valtellinese Verde”, avvalendo l’ipotesi che risalga, addirittura, all’epoca romana: da “Veltlin” per l’appunto “Valtellina”.

Circa 1000 piante coltivate a 550 metri slm per una produzione totale di circa 700 bottiglie, al calice si presenta in un giallo dorato dalle sottili sfumature verdoline ed estremamente vivace, con richiami tipici di pera, mela Granny Smith, fiori di campo ed un leggero profilo balsamico di nepitella, fino alle note più minerali ed intense del salmastro. Fresco, sapido con un persistente finale agrumato di tamarindo, è un vino preciso, sicuro di sé, con una sua forte identità.

Personalmente trovo poetico che, spinto dalla sua immensa passione e desiderio di ricerca, Luca sia riuscito a riportare nella sua terra un vitigno storicamente ad essa legato e perso nel tempo, dandogli il giusto riconoscimento e carattere. Ecco allora, che, quel tratto eroico tipicamente valtellinese, l’ho intravisto proprio nella luce nel suo sguardo, mentre mi raccontava dei suoi vitigni a bacca bianca. Per lui quasi come dei figli di cui essere indubbiamente fiero. Quella scintilla, l’intuizione unica, che la Valtellina sia una terra capace di donare molto alla vite e sapersi raccontare nel calice senza pregiudizi e sempre in sfumature diverse, questa volta anche nel colore.

Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.

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