Il valore salutare del vino a basso intervento, uno dei motivi del suo successo

Tempo di lettura: 2 minuti

Il vino “a basso intervento” trova il crescente interesse di consumatori che lo scelgono in quanto un prodotto in rapporto diretto con la natura.

Di Giovanna Romeo

 

Il vino a basso intervento è sempre più apprezzato da un segmento di consumatori ben informati e neanche troppo di nicchia, che lo scelgono perché più salutare rispetto alle etichette convenzionali.

La maggior parte dei consumatori associa infatti questa tipologia di vino al concetto di “naturale”, e lo fa non tanto per il suo essere “a basso intervento” ma per una diversa associazione empatica. Il vino, bevanda molto antica, è un prodotto agricolo stagionale, frutto della vendemmia e dell’annata. Il consumatore lo percepisce nel suo contesto originario, il paesaggio agreste, la vigna inerbita, la campagna, il sole, la natura, filari protesi verso il mare o protetti dalle montagne. L’uva raccolta a mano, pigiata con i piedi, vinificata in tini di legno da cui sprigiona il profumo di mosto, ricorda la vendemmia come un momento di festa, il contesto a cui la nostra mente ricorre con facilità.

Tutto ciò generalmente ci consegna anche l’idea di bontà, di un vino sano, pulito, pronto a soddisfare le esigenze salutiste dei consumatori dei prossimi decenni, sempre più attenti alla provenienza e motivati a un consumo di vino autentico, tracciabile, di chiara lettura grazie anche alle etichette parlanti.

Parlare di vino e di vinificazione a basso impatto è sempre una questione delicata da affrontare, e che racchiude in sé più d’una problematica. L’attenzione dell’opinione pubblica verso i metodi di produzione cosiddetti “naturali”, è rivolta non soltanto nel volere consumare meno in termini di risorse, ma anche di produrre vini che non contengano sostanze allergeniche -proteine – o additivi potenzialmente tossici – zero solfiti o minima aggiunta -; nessun utilizzo di prodotti chimici e sistemici in campagna, ma buone pratiche agricole – sovescio e inerbimento -, aspetti che definiscono il vino “in armonia con la natura”. Anche in cantina nulla dovrebbe essere aggiunto che non provenga dall’uva stessa, sarebbe auspicato l’utilizzo di lieviti indigeni presenti sulle bucce al momento della vinificazione, meglio se vi siano fermentazioni spontanee, no all’aggiustamento del grado alcolico, no all’osmosi inversa, no alla disacidificazione.

La terminologia ed il gergo del vino tuttavia sono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento, capace di confondere piuttosto che far chiarezza. Ed è proprio questo l’ambito più delicato dove il concetto di vino a basso intervento, biologico o biodinamico, categoria ben posizionata nella testa del consumatore, è più facilmente fuorviabile a vantaggio di molti.

Il legame tra vino e il termine “naturale” rimane un potente strumento di marketing per l’industria vitivinicola, in particolare quando si confronta con una crescente e contraria reazione verso l’acquisto di prodotti realizzati lontano dai criteri di sostenibile e biologico. I consumatori scelgono sempre di più beni local; compreso il vino che, senza ombra di dubbio, scelgono territoriale e autentico.

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