Non c’è più acqua nel Nord Italia, a rischio la produzione vitivinicola (e non solo)

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A confronto alcune autorevoli voci del panorama agronomico ed enologico italiano: Maurizio Gily, Federico Curtaz e Francesco Bordini sulle soluzioni da adottare contro siccità e cambiamenti climatici.

di Francesca Ciancio

Il Po è totalmente in secca. Il livello dell’acqua del più lungo e più importante fiume d’Italia non è mai stato così basso: appena tre metri sotto la norma fino a settimana scorsa. Il Po è anche vita, per tutte le colture che caratterizzano il comparto agricolo della Pianura Padana, vino compreso, che partono da nord ovest in Piemonte per arrivare ad est in Emilia Romagna. La stima delle perdite fin qui fatta da Coldiretti parla di un miliardo di euro e lo spettro di un luglio altrettanto nefasto è ormai alle porte. Tra le cause principali ci sono il lungo periodo di siccità e le temperature africane che stanno caratterizzando le ultime estati (ma la scarsità di pioggia riguarda anche i periodi invernali).

In difficoltà le produzioni di mais, grano e anche riso, una delle grandi eccellenze padane, che non possono attingere dalle riserve idriche perché, anche queste ultime sono ormai esaurite. Alle difficoltà climatiche va aggiunto il costo quadruplicato dell’energia necessaria ad azionare le pompe. Insomma uno scenario che definire apocalittico è poco, ma più che mai urge un tavolo di discussione su quanti e quali rimedi sia necessario mettere in campo per tamponare il problema a breve termine, ma soprattutto per preparare l’agricoltura di domani a fenomeni climatici sempre più consueti.

Sul fronte vitivinicolo molti occhi sono puntati sul Piemonte che vive una delle situazioni più difficili e, in qualità di territorio di produzione di eccellenza, fa anche un po’ da cartina tornasole su quelle che sono le emergenze in corso e sulle soluzioni da adottare.

Ecco perché abbiamo raccolti i pareri di alcuni esperti in materia agronomica ed enologica che stanno facendo i conti in prima persona con queste difficoltà.

Maurizio Gily, piemontese, è un agronomo di lungo corso e consulente di diverse realtà viticole in Italia. Più che la siccità, a fargli paura sono i fenomeni estremi: “Il tema dell’acqua è centrale – spiega Gily – ma non solo per la sua mancanza, ma anche per le piogge violente alternate a periodi siccitosi con temperature sopra la media stagionale. Fino all’anno scorso c’era ancora una distribuzione equa dei fenomeni, con quest’anno è cambiato tutto, ma spero ancora che sia frutto del caso. Certo è che veniamo già da un’estate 2021 arida e da un autunno e inverno, sempre 2021, con pochissima neve. Purtroppo sono tutti dati che si sommano”.

Dinanzi allo spauracchio dell’acqua che manca nei vigneti Gily fa un’importante precisazione: “Sull’irrigazione di soccorso c’è un equivoco da chiarire: nessun disciplinare la vieta, neanche per le Doc e Docg. Anche il testo unico della vite e del vino ne consente l’uso. C’è una sorta di “formuletta magica” che dice che va evitata “ogni forma di forzatura”, cosa però voglia dire questa espressione non è mai stato chiaro: sul fatto che l’irrigazione forzata vada evitata per produrre di più siamo d’accordo – d’altronde lo stabiliscono gli stessi massimali di produzione – ma in caso di danni da stress idrico? Non è fissato neanche un quantitativo massimo d’acqua da poter utilizzare”.

È di queste ore il messaggio della Protezione Civile che parla di una possibile chiusura temporanea dell’acqua anche nelle ore diurne (razionamento che già avviene nelle ore notturne) e all’improvviso ci si accorge che il bene più prezioso che abbiamo non è solo un’espressione da usare in un articolo catastrofista. Il CMCC Climate, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici ha confrontato la situazione degli ultimi mesi con quella rilevata nelle ultime tre decadi e la realtà che restituiscono i grafici è che tutta l’Italia sta vivendo una condizione anomala.

Il punto è che se non si applicano iniziative di prevenzione e di adattamento le cose potranno solo peggiorare. Ma di che soluzioni parliamo in campo viticolo? Ancora Gily torna sull’argomento: “Si parla tanto di falde acquifere, ma a parte i costi elevati d’estrazione, vorrebbe voler dire usare acqua fossile che andrà a esaurirsi definitivamente. Vanno costruiti bacini idrici in collina per la raccolta dell’acqua piovana. In Romagna lo stanno facendo da tempo, in Toscana qualcosa si muove, il Piemonte è fermo. Irreggimentare le acque vuol dire anche tenere sotto controllo il fenomeno delle bombe d’acqua perché, raccolte in bacini, non precipitano a valle creando alluvioni. E parlando di colline va detto che queste non dovrebbero essere disboscate, perché la presenza del bosco riduce l’erosione del suolo, mitiga l’impatto delle piogge violente e inoltre è un luogo di immagazzinamento idrico. Noi appassionati parliamo tanto di Borgogna, ecco, osserviamo le loro colline, il bosco lì c’è, invece noi siamo arrivati con i vigneti fin sù in cima”.

Tanto, troppo vigneto, potrebbe essere una delle cause di questa emergenza? L’agronomo ed enologo – nonché produttore sull’Etna – Federico Curtaz pensa di sì: “C’è troppa uva inutile e di conseguenza troppa produzione banale. A parte qualche situazione particolare, negli ultimi trent’anni l’attenzione alla costruzione del vigneto è scemata. Raccogliamo frutti di terreni che sono già stanchi ancora prima di mettere giù l’impianto. Non si fanno rotazioni di colture perché sennò la redditività tarda a venire e intanto il suolo si depaupera. Ora puntiamo il dito contro la siccità, ma il 2003 non fu diverso e fu preceduto da un 2002 molto piovoso; diamo la colpa alla mancanza di riserve di neve del 2021, ma anche nell’89 e nel 90 andò così, eppure sono state due annate straordinarie per Barolo e Barbaresco. Voglio dire la siccità non sempre depone a sfavore della qualità, anzi”.

Si torna dunque alla necessità della sapienza agricola, alla cultura in campo che vuol dire anche pensare a piante più forti e che producono meno: “Nella logica di un vigneto ragionato con intelligenza entra in gioco la scelta del portainnesto. Deve sviluppare radici profonde per andare alla ricerca di acqua e sostanze nutritive. Questo ovviamente rallenta il ciclo di maturazione dell’uva, ma in una situazione climatica come questa è esattamente ciò che serve. E poi aggiungo, bisogna avere il coraggio di far bagnare le uve, ovvero ritardare le vendemmie, prendendo qualche rischio certo, ma solo così si possono diluire gli zuccheri, avere un’estrazione equilibrata dei polifenoli e non lasciare tannini duri. Bisogna far convergere tutti gli sforzi sulla qualità”.

Gily prima parlava di una Romagna virtuosa, dove i consorzi di bonifica hanno messo in atto un piano di costruzione di laghi e specchi d’acqua per le raccolte idriche invernali. Ne sa qualcosa Francesco Bordini, romagnolo, consulente agronomo ed enologo e lui stesso produttore a Modigliana con l’azienda Villa Papiano. Il suolo per lui è una vera “ossessione”  e molti dei danni che cerchiamo di arginare nascono secondo lui proprio da lì: “Lo abbiamo reso sterile, incapace di trattenere l’acqua perché non ha sostanza organica sufficiente a fare da spugna. Su un lungo periodo la situazione può migliorare grazie a buone pratiche, ma vanno pianificate. Tra queste c’è sicuramente quelle dei bacini idrici. Queste infrastrutture sono strategiche per tutelare non solo l’approvvigionamento idrico per uomini e colture ma anche per garantire il flusso minimo dei fiumi e degli ecosistemi fluviali. Per fortuna la viticoltura ha bisogno di molta meno acqua rispetto ad altre colture – e penso al disastro che la frutticoltura nella mia regione sta subendo – però rispetto a dieci anni fa non sono più così sicuro che l’irrigazione di soccorso non sia tra le soluzioni. L’acqua serve e non solo quando fa caldo, ma anche le brinate primaverili hanno bisogno di irrigazione termica. Un tema che mi sta a cuore rimane comunque quello dell’aridocoltura: bisogna imparare a mettere in atto tutta una serie di  azioni agronomiche che aiutano a risparmiare acqua. Penso alla lavorazione dei terreni con compost e biomasse, alla gestione attenta della parete fogliare – sfoltire troppo vuol dire non immagazzinare umidità – al numero giusto di gemme da lasciare. Anche la scelta di alcuni ecotipi di uva è fondamentale: se prediligo acini grossi avrò meno problemi in caso di maturazioni veloci. In caso contrario, con acini piccoli mi troverò in pianta uva passa. L’acino piccolo ha avuto la meglio perché dava vini più strutturati. Ora, complice per fortuna anche un piacere di beva più sottile ed elegante, si sta tornando a ecotipi diversi. E vorrei chiudere su un tema politico: In Europa  si deve discutere se il futuro del biologico è compatibile con l’irrigazione, è una provocazione ma poggia su basi sensate: il biologico deve essere visto come una scelta etica a 360 gradi e lo spreco delle risorse è una fonte di inquinamento esattamente come l’improprio uso degli agrofarmaci”.

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