La Borgogna della Hautes-Côtes e gli effetti del global warming

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Hautes-Côtes, un terroir che potrebbe avere un futuro diverso nel contesto del riscaldamento globale. Paragonarla ai Grand Cru della Côte d’Or è però impensabile.

Di Giovanna Romeo

A partire dalla torrida estate del 2003, in Borgogna 8 dei 16 periodi primavera-estate sono stati segnalati come “eccezionali” in termini di temperatura, rispetto ai dati degli ultimi 664 anni. Per i viticoltori il cambiamento climatico è un fatto tangibile: le annate eccezionalmente calde e secche sono diventate la norma spostando l’interesse di molti Vigneron verso quegli areali più freschi ritenuti fino a vent’anni minori rispetto alla celebre Côte d’Or. Stiamo parlando della Borgogna, regione vitivinicola della Francia orientale da molto tempo nell’olimpo della viticoltura e conosciuta a livello internazionale per i suoi prestigiosi Grand Cru.

Se i vigneti sul famoso versante della Côte d’Or si stanno via via riscaldando – la zona è la più prestigiosa dell’intera regione che si estende da Digione a Santenay, a sua volta, suddivisa in due regioni, la Côte de Nuit e la Côte de Beaune, più a sud -, sono i territori della Hautes-Côtes da sempre con un clima più fresco ad essere sempre più desiderabili e, cosa importante, rimasti alla portata di acquisto di giovani produttori. Il global warming non è dunque l’unico fattore che ha spostato l’attenzione verso areali dove fino a 20 anni fa le uve raggiungevano a stento le giuste maturazioni. Nello scenario rientra il bisogno di zone vinicole più fresche ma anche di terre meno costose. 

Camillo Favaro, vignaiolo alla guida della cantina Benito Favaro a Piverone (Torino), autore del libro “Vini e terre di Borgogna. Chablis, Côte d’Or, Côte Chalonnaise, Mâconnais” afferma che i cambiamenti climatici hanno sicuramente permesso alla Hautes-Côtes di crescere, ma questo non sarebbe l’unico motivo. “Alcuni produttori hanno preso una certa consapevolezza, ma c’è da dire che in Borgogna serve anche un polmone quantitativo. La richiesta è decisamente più elevata di quanto la Côte d’Or possa offrire. Cresce la qualità dei vini, sono molti quelli considerati ottimi – continua Favaro -, ma affermare che oggi la Hautes-Côtes possa tendere verso una classificazione Grand Cru è eccessivo. In Borgogna c’è fermento e qualche vigna nel corso degli anni è stata riclassificata, ma sono percorsi lunghi e complessi. Anche solo per un semplice fatto culturale, non immagino una nuova classificazione per i prossimi 50 anni. Detto ciò i cambiamenti climatici sono forti ed evidenti ovunque e anche la Borgogna si sta attrezzando, ad esempio con una gestione del verde molto diversa rispetto a 10 anni fa. Sebbene ancora lontani da una Hautes-Côtes Grand Cru, sono comunque molti gli ottimi vini che si possono assaggiare”. 

La sensazione è che sul territorio, peraltro con una geologia differente dalla zona più conosciuta del Villages e Premier Cru, anche per le forme di allevamento, l’uomo abbia ancora la meglio. Alla limitazione delle porzioni di terreno con destinazione vitivinicola, si inseriscono anche i prezzi raggiunti. “Non si parla più di un semplice valore fondiario – afferma Camillo Favaro – ma di cifre da considerarsi di alta finanza”. Una delle cause per cui si guarda alla Hautes-Côtes, terra di ottimi vini ma ancora lontani dalla grandezza e dalla profondità che hanno i Grand Cru.

Talloulah Dubourg ha fondato Domaine de Cassiopée con Hugo Mathurin nel gennaio del 2020. “Ci siamo stabiliti nel Maranges perché il progetto era entusiasmante. Il paesaggio qui è molto più vario che altrove e ci sono ancora molte foreste, campi e prati “, afferma. Tuttavia, l’elemento chiave alla base della loro decisione è stato il vantaggio di un’area molto più fresca. “Le annate future, ipoteticamente molto calde, ci permetteranno di raccogliere le uve ancora con gradi alcolici ragionevoli e un’elevata acidità, cosa che ci piace particolarmente – afferma Dubourg. Il secondo importante motivo per cui ci siamo stabiliti nelle Hautes-Côtes – assolutamente non trascurabile – è il prezzo della vite, ancora abbordabile per i giovani come noi che non sono figli di viticoltori“. La stessa cosa è stata per Tomoko Kuiryama e Guillaume Bott di Chantrêves, che alla fine del 2019 hanno acquistato 3,4 ettari di vigne nelle Hautes-Côtes.

Agnès Paquet, originaria di Meloisey fa vino nelle Hautes-Côtes. “I terroir sono ricchi e diversificati come quelli della Côte d’Or“, afferma, osservando che, mentre la zona ha lottato 20 anni fa per avere le giuste maturazioni, oggi per gli effetti del riscaldamento globale, il frutto è perfetto. “Riusciamo anche a mantenere freschezza nei nostri vini e un buon equilibrio”, riflettendo che forse la qualità non è quella dei Grand Cru, ma è sicuramente molto alta. Anche l’aspetto della vinificazione non è da sottovalutare, basata su singole parcelle con l’obiettivo di evidenziare il terroir, il suolo, il clima. Lo stile dei vini dei giovani Vigneron prende ispirazione dal movimento del vino naturale, meno estrazione, meno zolfo, meno legno, per espressioni fresche e dal frutto croccante, pronti da bere in gioventù.

Dubourg e Berthaut sono d’accordo: i Grand Cru saranno sempre i Grand Cru e la Borgogna ha questa favolosa fama grazie a loro. Paquet è fiducioso nel futuro e nella reputazione della regione. “Il riconoscimento sta arrivando“, dice. “I vini dell’Hautes-Côtes erano molto difficili da vendere 20 anni fa. Oggi c’è una domanda reale“. Come Paquet, anche Amélie Berthaut: “Credo fortemente nelle Hautes-Côtes, perché è un terroir con un futuro nel contesto del riscaldamento globale, ma da paragonare ai Grand Cru… no“.

Armando Castagno, critico enoico e scrittore esperto di Borgogna, sostiene che ci sono alcuni dati del cambiamento climatico che inevitabilmente porteranno a una normalizzazione dell’espressione di alcuni vini dell’Hautes-Côtes, un territorio che dagli anni ‘20 si è fatto avanti rinunciando alla precedente posizione gregaria. “L’Hautes-Côtes, l’altra faccia della Cote d’Or, è ben più alta ed esposta ai venti freddi provenienti da ovest”, afferma Armando Castagno. “È vero che è un territorio più fresco, ma è vero anche che le vigne sono esposte a sud, soggette sia a temperature più basse per via dell’altitudine sia a molte ore di luce. Il vino, anche se più rustico, non ha nulla da invidiare alle altre denominazioni, e il cambiamento climatico non li pone improvvisamente in una posizione di vantaggio, anzi. Il global warming creerà gli stessi problemi di tutti gli altri territori; il Pinot Nero andrà in surmaturazione con effetti negativi sulla qualità”. Non è solo il clima l’unica variante per la qualità che rimane, al contrario, sempre di più nelle mani dell’uomo. “Il futuro lo vedo una ridiscussione di tempi e modi di lavoro, in Hautes-Côtes come per il resto della Borgogna. I grandi vini sono quelli di aziende capaci di interpretare il terroir, proprio come le talentuose Axelle Machard de Gramont, Domaine de Gramond e Claire Naudin, Domaine Naudin Ferrand che stanno compiendo mirabilie con vini di proporzione straordinaria. Che oggi si adombri una possibilità di crescita dell’Hautes-Côtes è certamente interessante perché porta finalmente l’attenzione su un areale per molto tempo poco considerato”.

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