A Saint-Émilion, Bordeaux, la storia vinicola sfida il global warming

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Il caldo torrido e una forte siccità stanno contrassegnando ancora una volta l’andamento climatico di questa annata, una tendenza che diventa consuetudine anche per un territorio come Bordeaux, da sempre favorito dal clima oceanico e da un’importante escursione termica.

di Giovanna Romeo

Uno scrigno di tesori e un borgo immerso in un mare di vigneti che si estendono sulla riva destra del fiume Dordogna a una cinquantina di chilometri dal centro di Bordeaux. Itinerari del vino alla scoperta del primo paesaggio vinicolo della Francia nominato nel 1999 Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Due denominazioni di origine AOC concessa nel 1936, la prima classificazione risalente al 1955 con la definizione di quattro gerarchie: Saint Émilion e Saint Émilion Grand Cru completate dalle menzioni Grand Cru Classé e Premieur Grand Cru Classé suddivisi in Classé A e Classé B. Una graduatoria decennale rivista sei volte, l’ultima sarà resa pubblica nel prossimo settembre 2022.

Dopo grandine e gelate, oggi i viticoltori fanno i conti con l’ondata di calore che sta investendo l’Europa e gli incendi devastanti che stanno colpendo il dipartimento della Gironda divorando circa 15 ettari di vigneto. A preoccupare anche la siccità che dura ormai da molti mesi. Sebbene la vite abbia la capacità di raccogliere l’acqua nelle profondità del terreno, rimane una pianta come le altre, incapace di sopportare l’insopportabile. “E pensare che fino a 10 anni fa il clima era molto differente “- ci racconta Karl Todeschini, enologo e titolare con il fratello Iann Todeschini di Château Mangot – “Caldo sì, ma non così intenso, ma soprattutto la pioggia che ogni 8 – 10 giorni l’oceano ci regalava. Pochi minuti ma sufficienti a rendere il terreno umido”. Parliamo naturalmente dell’areale bordolese che insiste nella zona di Sant- Émilion, collinette e pendii più scoscesi a sud, mentre a est l’altopiano assume la forma di rilievi collinari cha a nord si fanno più pianeggianti. Un terroir unico che incontra una grande varietà di suoli dell’epoca terziaria, argillo-sabbiosi più o meno calcarei attraversati orizzontalmente da una vena gessosa, e terreni alluvionali con sabbia e ghiaia di epoca quaternaria.

Château Mangot sorge in una delle aree più vocate, a Saint Etienne de Lisse, ad est di Saint Émilion, con ben 37 ettari a corpo unico, di cui 34 a vigneto (Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon) lavorati secondo i principi biologici e biodinamici, certificati Biodyvin dal 2020. La grande biodiversità di Château Mangot con siepi, boschi, argini e fasce erbose che rappresentano il 15% della superficie, lo preserva dagli intensi cambiamenti climatici rendendolo unico nel tempo anche dal punto di vista geologico, con il “calcaire à Astéries” – roccia calcarea gialla ricca di sedimenti fossili, in particolare stelle marine, che poggia su un basamento di molassa calcarea.

Siamo arrivati a cifre di oltre un milione di euro per un ettaro di vigna” – continua Karl Todeschini (cognome italiano, il nonno paterno emigrò dopo la seconda Guerra Mondiale da Bergamo a Bordeaux) -. “Prezzi inarrivabili, ma di terreni da vendere non ce ne sonoRigore, lavoro e precisione sono il solo approccio che ci permette di custodire queste terre per ottenere vini sinceri ed espressivi” – commenta ancora Karl. Cinque etichette, tra cui Château Mangot Saint-Émilion Grand Cru, Todeschini Distique 8 Saint-Émilion Grand Cru e L’autre Mangot Saint Émilion, solfiti in quantità molto modesta, meno della metà di quanto previsto per la viticoltura biologica; tini e botti di legno da 400 ettolitri (nuove e usate), le anfore prodotte e lavorate a mano in Italia al servizio della produzione enologica di una realtà che da oltre 5 secoli, continua a preservare la sua forte identità territoriale. Il rinnovamento costante con l’unico obiettivo della qualità.

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