La dura vita del vino georgiano ai tempi della guerra

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In Georgia gran parte della produzione finisce ancora in Russia, ma il vino di qualità sta conquistando sempre più mercati Ue ed extra Ue.

di Francesca Ciancio

Se di culla del vino dobbiamo parlare, questa è senza dubbio la Georgia, lo stato affacciato sul Mar Nero e appoggiato su una delle linee di demarcazione che dividono Europa e Asia. Sono state le sue fertili valli caucasiche a favorire il nascere delle prime coltivazioni di vigna sin dell’età neolitica, circa 8.000 anni fa e, grazie alla produzione millenaria e al ruolo chiave economico giocato, la storia dell’identità di questa nazione si intreccia profondamente con il vino.

La dipendenza del vino georgiano dalla Russia

È così anche in questi mesi, in cui di vino georgiano si parla alla luce dell’attacco russo ai danni dell’Ucraina, iniziato il 24 febbraio scorso. La Georgia sta lì, con il suo lungo confine nord/nord-est che la divide dalla Russia, ma soprattutto le sue esportazioni hanno dovuto ripiegare altrove in un momento nel quale le cose andavano più che bene. Le esportazioni di vino georgiano infatti erano in forte espansione, soprattutto in Russia e Ucraina con un 40 per cento in più nei mesi di gennaio-febbraio 2022. Con l’inizio del conflitto tutto si è bloccato, a causa di un tasso di cambio instabile, delle difficoltà bancarie e, in alcuni casi, per solidarietà nei confronti del paese aggredito. I dati arrivano dalla Georgian National Wine Agency che mette dentro anche la Bielorussia: tutti e tre i paesi rappresentavano il 74% delle esportazioni totali di vino della Georgia prima della guerra.

Il successo della Georgia enologica nel resto del mondo

La stessa agenzia però fa sapere che i produttori georgiani, memori anche dell’embargo russo subito 15 anni fa, hanno imparato a differenziare i loro mercati. Così c’è stata una crescita del 13,8% per volume delle esportazioni nel 2021, con oltre 100 milioni di bottiglie distribuite all’estero da oltre 420 aziende. I ricavi hanno raggiunto i 239 milioni di dollari, con un balzo del 5,6% rispetto al 2020. Cosa ancora più incoraggiante per i produttori, è che il vino ha preso le vie di Regno Unito e di Stati Uniti, performando bene in nuovi mercati occidentali, tra cui Canada, Repubblica Ceca e Svezia. Cresce inoltre il mercato cinese. La Georgia infatti è uno dei soli quattro paesi ad avere un accordo di libero scambio sulle importazioni di vino con il Sol Levante, che l’anno scorso ha importato quasi 6 milioni di bottiglie di vino georgiano (1 milione di bottiglie in meno rispetto al suo massimo pre-COVID). Le cifre tuttavia dimostrano che la Russia assorbe ancora più del doppio del volume dei successivi quattro mercati (Ucraina, Polonia, Cina e Bielorussia).

Russia e Georgia, un rapporto volubile

L’industria vinicola georgiana non è estranea alle avversità. Nel 2006, la Russia impose un embargo sul vino, sull’acqua minerale e su altri prodotti agricoli georgiani come apparente punizione per la svolta di Tbilisi verso l’Occidente. Questa privazione ha rappresentato tuttavia anche una svolta perché le aziende vinicole si sono modernizzate e hanno migliorato la qualità dei loro vini, aprendosi a nuove scenari commerciali ed esportando in ben 62 paesi. Nel panorama bellico attuale, fatto anche di guerre incrociate di sanzioni, la Georgia ha comunque rifiutato di unirsi ai paesi occidentali sul regime sanzionatorio, perché ancora profondamente legata al Cremlino dal punto di vista commerciale.

Un enologo italiano in Georgia

Alessandro Bellotto è un enologo italiano che lavora per la Giotto Consulting, una società di consulenza, ricerca e formazione enologica e viticola con sede nel Trevigiano. Dal 2020 segue una delle più importanti realtà vitivinicole georgiane, la Tbilvino Winery di Kakheti, la zona più grande e vocata del paese per la produzione di vino (qui il 70% delle uve della Georgia). Lo abbiamo raggiunto telefonicamente a Tblisi, da qualche settimana nella capitale per consulenze nel paese caucasico: “La sede di Tblivino è in città ed è nata dalle ceneri di uno stabilimento sovietico, mentre la cantina è Kakheti, distante una ventina di chilometri dal confine russo. Produciamo circa 8 milioni di bottiglie, che in gran parte prendono la via dell’estero. Per molte altre cantine invece la situazione è difficile e in generale lo è per tutto il settore agricolo georgiano. Solo il segmento viticolo costituisce il 10 per cento del Pil del Paese e il 50 per cento delle aziende di vino è esposta con la Russia, ma parliamo di vino rossi semidolci di fascia media/medio-bassa. Il prezzo si aggira intorno ai quattro dollari e sono vini che hanno in media 40 grammi/litro di zucchero. Va detto comunque che molte aziende locali hanno scelto deliberatamente di interrompere il commercio con la Federazione Russa per protesta e per forte spirito patriottico. I nostri operai dai 40 anni in su parlano russo, mentre le nuove generazioni si rifiutano di impararlo o di parlarlo. Noi al momento abbiamo perso un 20 per cento di vendite e una fetta di visitatori russi in cantina”.

Alcune curiosità del mondo enologico georgiano

Il giovane enologo trentenne vola verso la Georgia 4/5 volte l’anno e il suo penultimo viaggio è stato alla vigilia della guerra: “Devo dire che non ho notato una particolare preoccupazione tra le persone che frequento. Di certo c’è un grande flusso di ucraini, ma anche di russi che si sono trasferiti qui. I georgiani sono ospitali, direi simili in tante cose a noi italiani: fieri, legati alla famiglia e alle festività, nelle quali il vino e il pane giocano un ruolo centrale. Dal punto di vista produttivo mi ha sempre colpito il fatto che qui la vendemmia la fanno solo le donne, che la maggior parte delle aziende non possiede vigneti e quindi è soggetta al conferimento che non è granché ben organizzato – da qui anche le fluttuazioni in volume e in valore del prodotto – e poi che in Georgia ci sono più di 400 vitigni autoctoni, alcuni dei quali preziosissimi per la loro rarità, come il Tsolikouri, pagato anche sei euro al chilo”.

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