L’importanza di chiamarsi Prosecco

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Ovvero quanto e perché è importante che un vino così famoso, bevuto e consumato in tutto il mondo sia un marchio ufficialmente riconosciuto: il caso australiano.

Qualche settimana fa avevamo parlato del riconoscimento ufficiale del Prosecco anche da parte della Nuova Zelanda. Un risultato arrivato grazie all’impegno del Consorzio per tutelare e valorizzare sempre di più il brand di vino italiano che oramai è conosciuto, apprezzato ed esportato in tutto il mondo.

Il brand Prosecco è una torta golosa che fa gola a molti: non è più solamente un vino, ma un vero e proprio fenomeno di massa, diffuso e conosciuto a livello globale. Un’abitudine di consumo entrata a far parte di quotidianità in giro per tutto il mondo, anche grazie alla inarrestabile diffusione dell’Aperol Spritz e della consuetudine tutta italiana dell’aperitivo. Non stupisce dunque che gli sforzi del Consorzio e dei produttori italiani per proteggere questa punta di diamante del Made in Italy siano intensi e spazino in lungo e in largo ben oltre i confini del Belpaese.

Il riconoscimento in Nuova Zelanda, con la registrazione ufficiale del marchio e un accordo siglato con l’Unione Europea, pesta i piedi all’Australia che produce Prosecco dal 1999 e che trova proprio in Nuova Zelanda uno dei suoi più floridi mercati. Winetitles ha riportato le lamentele australiane con la dichiarazione di Damien Griffante, Direttore degli affari e delle strategie internazionali di Australian Grape and Wine, associazione di produttori e vignaioli: “Siamo delusi dalla decisione e chiediamo al governo neozelandese chiarimenti sull’impatto che questa decisione avrà. La decisione del governo neozelandese sul Prosecco non altera la posizione dell’Australia sui nostri negoziati, continueremo a proteggere fortemente i legittimi diritti dei produttori australiani di coltivare, produrre e vendere vini ottenuti dal vitigno Prosecco”.

La querelle non è cosa nuova e risale alla fine degli anni Novanta. Il problema nacque quando alcuni italiani originari di Valdobbiadene, trasferitisi nell’emisfero sud, decisero di avviare la produzione di bollicine. All’epoca le uve erano denominate Prosecco e non erano soggette ad un vincolo territoriale, dunque potevano essere utilizzate al di fuori del contesto geografico veneto. Da allora le cose sono cambiate, e non poco, per il marchio italiano mentre in Australia la produzione è andata avanti, tanto che oggi c’è perfino un famoso percorso enoturistico dedicato.

Forse a questo punto risulteranno più chiari due aspetti. Uno contingente: ovvero il perché l’Australia cerchi il braccio di ferro con l’Italia cercando di non perdere una partita diventata ancora più interessante con il tempo. L’altro più generale: l’importanza dei riconoscimenti ufficiali. Per quanto marchi, brevetti, riconoscimenti e patti bilaterali suonino come parole fredde e lontane dalla realtà quotidiana la verità che vi si cela dietro è molto più pratica di quanto non si tenda a pensare. Riguarda tutti coloro che producono, vendono e consumano un prodotto. Nel caso specifico, riguarda i viticoltori veneti e tutti i loro dipendenti, i rappresentanti del Consorzio, i distributori di vino e tutta la filiera della logistica, riguarda l’immagine del nostro paese nel mondo e i nostri volumi di export, e, last but not leastriguarda tutti noi come consumatori quando ci sediamo in qualunque angolo di mondo e ordiniamo un Prosecco.

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