I viticoltori campani difendono i loro prodotti, fragili come il terreno che li sostiene. Una vita dura, dagli sciami sismici alle sfide come export e Codice della Strada: “Non si può fare terrorismo, così si rischia di perdere pezzi di storia italiana”
di Titti Casiello
A ricordare il passato, il presente e, soprattutto, il futuro dei vini flegrei è la Slow Wine Coalition, costola di Slow wine “una rete che riunisce tutti i protagonisti della filiera per mettere in atto una rivoluzione del vino all’insegna della sostenibilità ambientale e della crescita sociale e culturale” racconta il responsabile Slow food Campania Alessandro Marra, durante un incontro tenutosi a Villa Avellino di Pozzuoli.
“I campi flegrei rappresentano un enorme cratere formatosi moltissimi anni fa, con al centro Pozzuoli. Un super vulcano con più di 80mila anni di attività, tra il più importante al mondo. I cui terreni si presentano in maniera sciolta, sottili e ricchi di cenere e di questo se ne avvantaggia l’agricoltura”.
“I vini di questa terra sono vini che vengono dal passato e vivono nel presente con la velleità di non far cadere nel futuro la loro memoria storica”, ma sono anche vini fragili con quel terreno sabbioso sotto i piedi sostenuto a forza da chi abita questi luoghi, dal capoluogo partenopeo, a Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Quarto e Giugliano.
Vini che tremano tra sciami sismici. “Il respiro del vulcano” così lo chiamano localmente quel fenomeno sismico di sollevamento e abbassamento del suolo detto bradisismo. Un fenomeno che coinvolge tutti gli abitanti della caldera flegrea dove ci si sente vivi attraverso un’incessante idea di nomadismo; “evacuare” il verbo più pronunciato nei loro dialoghi quotidiani.
Eppure, nonostante tutto, nessuno se ne va. E da tremila anni, allora, questa terra regala fertilità a chi decide di restare.
Il passato
Ieri è scritto tra l’archeologia e i reperti storici che circondano gli antichi filari di Falanghina e Piedirosso, localmente detto Per ‘e Palumm, molti dei quali ancora a piede franco. “In passato la produzione era limitata solo ai vini da tavola” dice Elena Martusciello storica produttrice flegrea, con la DOC che arriva nel ’94, “ma mio marito Gennaro ha sempre creduto nel suo territorio, è stato il primo a imbottigliare i suoi vini, il primo anche a mappare le vigne e a spiegare ai contadini che c’erano sempre stati cosa fosse la potatura e perché fosse importante”.
“Compravamo l’uva dei vicini anche se non ci serviva purché il loro lavoro venisse valorizzato e continuassero a farlo”. Il flusso delle parole di Elena è una valanga di ricordi vissuti che ricalcano il passato vendemmia dopo vendemmia, e disegnati oggi nel presente da suo figlio Salvatore con l’azienda omonima a Giugliano in Campania.
Il presente
Ma, in realtà, come ieri anche oggi si fa fatica, con poco meno di un milione di bottiglie prodotte da appena 150 ettari per due soli vitigni da menzionare, la Falanghina e il Piedirosso. Una minuzia rispetto alla legge dei grandi numeri del vino.
Eppure, a trent’anni dalla sua nascita, questa Doc mostra fluidità, si adatta alla contemporaneità senza, però, mai perdere quell’anima intima e attenta che lega i suoi vini indissolubilmente alla loro terra.
“È necessario, però, che i produttori stiano insieme, solo così potremmo superare tutta una serie di problemi che da soli non riusciremmo mai a risolvere” precisa Peppino Fortunato che a Pozzuoli mantiene in vita, con fare certosino, la sua piccola azienda agricola Contrada Salandra.
La sua è una preoccupazione tangibile, acuita oggi anche dalle nuove regole del Codice della Strada con quelle sanzioni stringenti che stanno drasticamente riducendo i consumi “non si può fare terrorismo, così si rischia di perdere pezzi di storia italiana e non solo della viticoltura” continua Salvatore Martusciello.
Col calo dei consumi sembra, allora, che la partita si giocherà tutta sui vini al calice “per questo è necessario fare rete, per far conoscere questa terra e trovarla di più nelle carte vini, dall’osteria allo stellato”.
Sono, infatti, maggiori le esportazioni che il numero di bottiglie che restano, invece, sul territorio nazionale, ed è una sproporzione che trova il suo culmine proprio in Campania “i cui ristoranti dovrebbero farsi più orgogliosi dei vitigni locali e non proporre solo il resto dell’Italia”.
In questo imbuto il manifesto della Slow Wine Colation sembra, allora, essere di ispirazione “una carta per guardare al futuro in tempo reale partendo da quell’anno nobilis, il ‘94 che segnò la prima fascetta della Doc dei Campi Flegrei e disegnando il futuro sotto forma di inclusività, tutti insieme per far conoscere questa terra”.
Il futuro
“Io non tremo” potrebbe essere lo slogan di questa nuova coalizione tra i produttori flegrei per dar luce alla loro piccola Doc che in quanto a qualità non ha di cui discutere. La dimostrazione enoica arriva in una degustazione, organizzata da Slow Wine Campi Flegrei, tra calici che delineano una gerarchia cronologica in grado di scandire lancette del tempo che sanno andare a ritroso e ritornare all’ora esatta senza mai perdere colpi.
Lo si vede bene con la Falanghina flegrea in una storia di coerenza e di tenacia tenuta in vita dai produttori, come per Cantine Astroni e la sua Falanghina Vigna Astroni 2019. Un vino di grande finezza olfattiva, che scivola al palato in un connubio perfetto tra avvolgenza e spinta sapida sul finale. È una vigna metropolitana quella di Astroni, con i filari che si perdono a vista d’occhio tra le case e il centro urbano, proprio come quelle di Raffaele Moccia, in arte Agnanum. I suoi piedi sono ben piantati per terra e lo sguardo fisso e attento è sempre rivolto ai suoi terrazzamenti, lavorati ogni giorno insieme con suo figlio Gennaro “senza quel suo lavoro diversamente franerebbero e con esso anche tutto il paesaggio urbano della città” continua Marra
Raffaele utilizza la tecnica della propaggine per i suoi filari, senza mai reimpiantare nuove barbatelle e la sua Falanghina 2017 è vivacità e veracità insieme, profuma di sole e di sentori torbati in un attacco gustativo d’impatto e gustoso. Sulla via del mare, a Bacoli, si incontrano, invece, i filari della famiglia Di Meo, vignaioli da cinque generazioni. I vigneti, situati in prossimità dell’Antro della Sibilla romana, dalla quale prende appunto il nome l’azienda (La Sibilla) sono tutti terrazzati e si spingono fino a 90 metri di altitudine. Ma c’è un vino che è la loro punta di diamante, Cruna deLago si chiama, prodotto da vecchi filari di circa settanta anni dai quali si produce un vino che è essenza e grandezza del territorio dei Campi Flegrei con la 2020 che rimanda a ricordi piretici e di idrocarburo mentre in bocca è il sale a farla da padrona.
È più che mai contemporaneo, poi, l’altro vitigno flegreo, il Piedirsso, prototipo del vino moderno grazie a quella scorrevolezza di bevuta sostenuta da leggerezza e fruttosità sul finale. Sono vini del fuoco quelli prodotti da questa terra, ma anche vini d’acqua con quel finale salino che da sempre connota loro, come quelli di Peppino Fortunato di Contrada Salandra a Pozzuoli coi suoi vigneti di Piedirosso situati a poco meno di un chilometro dal mare. La 2019 gioca tutto sulla frutta e una leggera parte floreale in una scia elegante e leggiadra lungo l’intera bevuta. Un vino autentico il suo e una sintesi perfetta di quello che è stato, è e potrà essere il futuro flegreo.
Titti Casiello
Classe ’84, avvocato. Dopo una formazione all’AIS Milano, è diventata giornalista pubblicista e oggi collabora con alcune riviste e guide di settore.