CHAMPIONS WINE: Torino-Verona, tra storia del calcio, Langhe e Valpolicella

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Nuovo anno, nuove abitudini. Un amico ci invita a casa per vedere la partita? Superiamo il riflesso condizionato della “solita” birra e abbracciamo il futuro con un bel ritorno alla tradizione: portiamo con noi una bella bottiglia di vino. Non sappiamo che cosa scegliere? Niente paura, da oggi c’è Champions Wine, con un nuovo e inesplorato approccio: quello eno-calcistico!

di Raffaele Cumani

Ogni settimana racconteremo una partita, le sue suggestioni, qualche chicca e i nostri suggerimenti per abbinare il vino al match di giornata.

Perché, parliamoci chiaro, cos’hanno in comune il calcio e il vino? Tutto, sono “materie”, ragioni del cuore, che “colorano” la vita, rendendola un po’ più appassionante… E poi, per raccontare tutte le sfumature di uno sport completo, viscerale, totalizzante come il calcio serve tempo, giusto quello di assaporare un buon calice di vino.

Ma veniamo a noi, tuffiamoci subito nella prima giornata di Serie A del 2023, nonché sedicesima di questo strambo campionato che il mondiale in Qatar ha diviso a metà in stile acque del Mar Rosso. Oggi vi ri-portiamo nella Terra Promessa del “fu” campionato più bello del mondo con la sfida tra Torino e Verona. Granata contro Scaligeri, Toro contro Hellas, pandoro contro bonet!

Ma soprattutto, sfida tra due territori che, quando si parla di vino, potrebbero vincere lo Scudetto ogni anno. Sì, gentili adoratori del vitello d’oro, durante l’attraversamento del Mar Rosso (nessun riferimento al colore del vino) renderemo felici le papille gustative con la sfida tra Langhe e Valpolicella, uno scontro degno di Champions Wine.

Qualcuno potrebbe obiettare che questa giornata presentava partite più interessanti? Juric risponderebbe a tono.

Già, proprio lui, Ivan Juric, l’anello di collegamento più recente tra Torino e Verona, l’allenatore amante del metal che sta riportando in alto il Torino con una difesa dura come i Metallica e contropiedi taglienti come un riff degli Iron Maiden e che ha suonato gli assoli più alti del Verona nel passato recente.

Anche perché c’era un tempo in cui all’inizio di ogni stagione le favorite non erano Juve, Inter e Milan, ma ce n’era una sola: il Torino. Anzi, il Grande Torino. E, cosa incredibile per l’Italia, quella squadra leggendaria dell’immediato secondo dopoguerra era amata da tutti, era la vera Nazionale. Un amore incondizionato che ricorda quello che gli appassionati di vino nutrono per le Langhe, appunto. Una leggenda che per Valentino Mazzola (per qualcuno dei nostri nonni il più forte giocatore italiano di tutti i tempi) e compagni è finita tragicamente sulla collina di Superga e che giustamente i tifosi del Toro omaggiano ogni 4 maggio.

Una tradizione vincente, una storia eroica proseguita con l’inatteso Scudetto del Torino dei capelloni di talento del 1975-76, quello agli ordini di Gigi Radice, con davanti Pulici e Graziani e Sala, il “poeta del gol”.

Il Grande Torino ricco di talenti, le nobili terre delle vicine Langhe, un terroir unico, impreziosito da un vitigno simbolo, il nebbiolo. Così per il Torino abbiamo scelto il più prezioso dei nebbioli, il Barolo che da quelle colline porta il Piemonte del vino in giro per il mondo.

E per omaggiare la storia di queste terre, ecco la cantina che ha “inventato” questo nettare. Parliamo di Marchesi di Barolo, la cantina che vide Juliette Colbert divenire moglie dell’allora Marchese nella prima metà dell’800 e intuire le potenzialità del nebbiolo trasformandolo in un grande vino da invecchiamento, il Barolo appunto, “imitata” poi dai grandi del tempo, da Cavour, ai Re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II.

Barolo Sarmassa

Un vino che accompagna la storia dell’Unità del Paese, ma questa è un’altra storia… Noi, data la solennità della sfida, ne suggeriamo il Barolo Sarmassa, tra i grandi rossi della cantina il più austero, ma allo stesso tempo strutturato, intenso ed elegante. Longevo come l’immortale leggenda del Grande Torino.

Sull’altra sponda l’operosità veneta, capace di costruire il successo (economico, enologico e calcistico) mattone dopo mattone, con pazienza e sapienza. È nato così il Verona di Bagnoli, vincitore di un incredibile Scudetto nella stagione 1985-86, quando il “fu” campionato più bello del mondo “era” il campionato più bello del mondo.

Con una squadra operaia ma sorretta dalla giusta dose di talento, con le parate con i piedi di Garella, con il piede scalzo di Elkjaer che segna contro la Juve, con le corse di Fanna e le invenzioni di “Nanu” Galderisi il Verona mette in fila la Juve di Platini, l’Inter di Rumenigge e il Napoli di Maradona.

Nota per i più giovani: quella del Verona è stata un’impresa simile a quella recente del Leicester di Ranieri. Per di più in una stagione in cui una squadra come l’Udinese aveva in squadra Zico, che allora era il 10 del Brasile. Sì, avete capito bene: a quei tempi l’Udinese aveva in squadra una sorta di Neymar. Il Verona festeggiò lo Scudetto: unica squadra italiana di una città non capoluogo di regione a riuscirci, un record ancora imbattuto.

zenato

Un’impresa che arrivava nel 1986, pochi anni dopo sarebbe cominciata l’esplosone dei grandi vini della Valpolicella tra il grande pubblico mondiale, in particolare dell’Amarone.

L’Amarone, si dice, un vino “scappato”, nato per caso, forse un po’ come lo scudetto del Verona, ma diventato imprescindibile per chi ama i grandi vini vellutati che ricordano il comfort delle storie a lieto fine, come quella dello Scudetto scaligero.

Noi ne abbiamo scelti due da due grandi cantine veronesi. Quello Classico di Allegrini elegante, pieno e complesso, e il Classico Riserva di Zenato, dal grande equilibrio agrumato e balsamico.

Nella prima giornata di Serie A del 2023, il Verona non è quello dello Scudetto dell’86 e versa, al momento, in una zona critica della classifica. Chissà che un sorso di uno di questi vini propizi la sorte o quanto meno risollevi gli animi dei tifosi oggi delusi!

 

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